Arte

Artista autodidatta dal segno graffiante caratterizzato dall’utilizzo del nero, a volte temperato da modesti interventi di colore, tracce di una bitonalità che affascina lo spettatore-fruitore. Opere in cui esprime il travaglio dell’umanità attraverso volti segnati, volti che scrutano nel profondo e lasciano traccia nella psiche umana. Tracce, impronte, graffi sono i segni che percorrono i quadri di Kiba. Le linee incidono la superficie e colpiscono l'occhio; il colore è steso direttamente con le dita, senza alcuna mediazione tra la mano e la tela. Le sue opere colpiscono per la loro essenzialità e la loro forza, per i toni scuri che si compongono in un senso drammatico. La sensazione che ne ricaviamo non è di piacevole distensione, anzi è come se fossimo costretti a penetrare nella intima realtà dei soggetti, al di là della maschera che indossano. Smorfie stampate sul volto, senso del tragico nei visi della gente e nei loro atti quotidiani, soggetti ieratici ma ancora in attesa di un destino che è sempre incerto. Un senso del tragico che reca qualcosa di teatrale, l'atto e la drammatizzazione dell’atto vanno di pari passo con una visione triste cui è impossibile sottrarsi, malgrado la coscienza della sua negatività. Kiba ci costringe a guardare con nuovi occhi anche le figure che credevamo più rassicuranti e ci trascina a forza nella loro complessa soggettività, nel loro abisso, che è il nostro abisso, e che è oltre la maschera. Toni cupi predominano e concorrono a formare un senso di angoscia e imponderabilità Trait d'union è dunque l'umanità, fin nelle sue manifestazioni estreme.

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